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F O I B E Capitolo 01 Capitolo 02 Capitolo 03 Capitolo 04 |
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Capitolo 04
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Norma
Cossetto: "una storia di ordinaria follia partigiana"No La Foiba
doveva essere la sua tomba. Riuscì a sopravvivere Giovanni Radeticchio
di Sisano. Testimonianza
di Graziano Udovisi
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Giuseppe Spano aveva 24 anni e molta fame. In poco più di un mese aveva perso oltre
20 chili ed era diventato pelle e ossa. Quel 14 giugno 1945 non resistette e
rubò un po' di burro. Fu fucilato al petto per furto.
Borovnica, Skofja Loka,
Osseh. E ancora Stara Gradiska, Siska, e poi Goh Otok, l'Isola Calva.
Gli
orrori di un campo di concentramento titino vengono riassunti con i vari tipi
di punizione, come emergono dai racconti dei sopravvissuti. La
fucilazione: decretata per la tentata fuga o per altri fatti ritenuti
gravi da chi comanda il campo, il quale commina pena sommarie. Spesso il solo
avvicinarsi al reticolato viene considerato un tentativo d’evasione.
L’esecuzione avviene al mattino, di fronte a tutti gli internati.
Il
“palo“:
un’asta verticale con una sbarra fissata in croce; ai prigionieri vengono
legate le braccia con un fil di ferro alla sbarra in modo da non toccare
terra con i piedi. Perdono
così l’uso degli arti superiori per un lungo tempo se la punizione non dura
troppo a lungo. Altrimenti per sempre.
Il
"triangolo“: consiste in tre legni legati assieme al suolo a formare la figura
geometrica al centro della quale il prigioniero è obbligato a stare ritto
sull’attenti pungolato dalle guardie finché non sviene per sfinimento. Infine,
la "fossa“: una punizione forse meno violenta ma
terribile; consiste in una stretta buca scavata nel terreno della misura di
un uomo. Il condannato, che vi deve rimanere per almeno mezza giornata, non
ha la possibilità nè di piegarsi nè di fare alcun movimento.
Chi appoggia Tito nel perseguire il suo obiettivo di egemonia
sulla Venezia Giulia? Naturalmente il leader del Pci Palmiro Togliatti, che il 30 aprile 1945, quando
i partigiani titini sono alle porte di Trieste, firma un manifesto fatto affiggere
nel capoluogo giuliano: "Lavoratori di Trieste, il vostro dovere è
accogliere le truppe di Tito come liberatrici e di collaborare con loro nel
modo più assoluto". Nel lager di
Borovnica furono internati circa 3 mila italiani, meno di mille faranno
ritorno a casa.
A questi ultimi i soldati di Tito
imposero di firmare una dichiarazione attestante il «buon trattamento»
ricevuto.
«I prigionieri (liberati, ndr)
venivano diffidati a non parlare», racconta ancora Giacomo Ungaro, liberato nell'agosto 1945 «e a non
denunziare le guardie agli Alleati perché in tal caso quelli che rimanevano al campo avrebbero scontato per
gli altri». |
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