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NON
CI SONO ARMADI DELLA VERGOGNA |
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Non è la prima volta, e chi ha un percorso nel partito lo ricorda bene. Trentacinque anni fa, all’inizio degli anni ’70, fu utilizzato uno schema assai simile. All’epoca il “nocciolo” dell’affermazione missina e della trasformazione della Fiamma da movimento reducistico in grande forza popolare era il carisma di Giorgio Almirante e la sua capacità di attrazione per l’elettorato moderato e anticomunista nel Mezzogiorno. La magistratura di Milano scelse la strada dell’inchiesta per ricostituzione del partito fascista per demolire un successo che preoccupava l’arco costituzionale e ricondurre la destra nel recinto dei partitini senza speranze né ambizioni. Si operò senza riguardi, senza senso di responsabilità, con un cinismo assoluto. L'indagine, trasferita alla procura della Repubblica di Roma per competenza territoriale ed estesa dal luglio 1975 a tutto il gruppo dirigente missino del periodo 1969-72, non fu mai portata a termine, ma le sue conseguenze politiche si dispiegarono per decenni, fino a l’altro ieri. Paolo Mieli, commentando il quarantennale del Msi, descrisse così quella fase: «Nel giro di due anni Almirante ottenne un imprevedibile successo e il reinserimento del suo partito nel grande gioco: nel dicembre del ’71 i voti missini furono nuovamente usati per l’elezione di un presidente della Repubblica, Giovanni Leone. Quello stesso anno il procuratore Luigi Bianchi d’Espinosa chiese l’incriminazione di Almirante per ricostituzione del partito fascista. Nacquero nuovamente comitati antifascisti a cui partecipavano rappresentanti di tutti i partiti democratici. Ma nacquero altresì da frange dei servizi d’ordine dei gruppi dell’ultrasinistra formazioni clandestine che sperimentavano la lotta armata con assalti a sedi e uomini del Msi». Alle politiche del ’76 fu la disfatta. Intorno alla destra era stata fatta terra bruciata, e si raccolsero i risultati: il Msi scese dall’8,7 al 6,1, da 61 a 35 deputati, da 26 a 15 senatori. Racconta ancora Mieli: «Nel Msi è il momento della resa dei conti. De Marzio, Tedeschi, Nencioni, il segretario della Cisnal Roberti, Birindelli, Covelli, Plebe e molti altri mettono sotto accusa Almirante per i ritardi nella trasformazione del partito in Destra nazionale». Poi la scissione, e non c’è bisogno di dilungarsi sul resto.
L’elezione di Leone come la riforma della Costituzione? D’Espinosa
come Woodcock? E allora, ricordando il passato, l’invito non può essere che quello di recuperare il senso delle proporzioni. Nel nuovo “armadio della vergogna” fabbricato dal gip Alberto Iannuzzi non ci sono più gli scheletri di golpe inesistenti, le divise della forestale o i berretti dei colonnelli greci, ma i lustrini della costumeria Rai e le ciglia finte di qualche aspirante soubrette. L’idea che possano intimidire e demoralizzare un mondo sopravvissuto a ben altro è francamente ridicola. Piuttosto, la macchina da guerra messa in moto a Potenza ci indigna e ci offre inquietanti spunti di riflessione sul quadro politico presente e futuro: ci sono giudici che pensano di provocare per via giudiziaria il “crollo delle destre” che le urne non hanno regalato? Ci sono aree della magistratura che stanno inviando messaggi in codice – della serie “guardate che possiamo fare” – al nuovo governo, inadempiente rispetto agli impegni presi sull’immediata demolizione della riforma della giustizia? Qual è la misura esatta del Potenza-gate, posto che non sembra limitata alle ambizioni mediatiche di un pm-acchiappavip? Da un pezzo avevamo rinunciato alla dietrologia, un genere molto in voga a destra negli anni della persecuzione politica, ritenendola tramontata e politicamente irrilevante, ma forse toccherà riabilitarla: non ci sembra un portato incoraggiante dopo appena un mese di governo di quelli che dovevano trasformare l’Italia in un Paese normale. |
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