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10 febbraio: questo, per tanti Italiani, e' il giorno della scoperta
Secolo d'Italia del 11.02.2005 - Franco Servello

 

Il Parlamento ha giustamente deciso di chiamare questa storica ricorrenza “Giorno del Ricordo”, ma per la maggioranza degli italiani, soprattutto giovani, la si dovrebbe chiamare, più precisamente, “Giorno della Scoperta”.
Lo straordinario successo della fiction di Alberto Negrin, “Il cuore nel pozzo”, che è andata in onda nei giorni scorsi trattenendo davanti alla televisione oltre dieci milioni di telespettatori, con punte anche di diciassette milioni, si spiega probabilmente proprio con la voglia di conoscere quello che per molti decenni è stato nascosto e taciuto.

Le foibe e l’esodo sono stati oggetto di una odiosa rimozione che è risultata il frutto di una spregiudicata manipolazione ideologica.
Non vogliamo in questa occasione fare polemiche retroattive, ma non possiamo fare a meno di rilevare che, in questa giornata, il valore del ricordo deve essere accompagnato da un’analisi rigorosa delle cause che portarono al tentativo di escludere dalla memoria nazionale la tragedia vissuta dai nostri connazionali delle terre adriatiche.

Il dovere dell’analisi ce lo impone non solo il rispetto della memoria dei martiri, ma anche la considerazione delle incredibili sofferenze patite dagli esuli in Italia, quella stessa Italia che avrebbe dovuto accoglierli a braccia aperte e che invece li tenne come segregati nei campi di raccolta.

Vale la pena ricordare che gli unici fortunati, in quell’esercito doloroso di trecentomila persone, furono gli esuli che arrivarono a Roma e a Fertilia, in Sardegna, dove vennero sistemati in borghi minimamente dignitosi. La maggioranza degli istriani, dalmati e giuliani dovette attendere mediamente una decina di anni prima di trovare una casa.

Nel 1963, cioè sedici anni dopo l’esodo, risultavano ancora diecimila persone in “provvisoria sistemazione”. Quella “provvisoria sistemazione” risultò essere, in molti casi, una scuola o una caserma abbandonate. Capitava frequentemente che in un’aula venissero stipate fino a otto famiglie. In molti altri casi erano baracche precarie.
Dà i brividi e riempie di vergogna pensare che in quelle condizioni abbiano vissuto per tanti anni decine e decine di migliaia di persone.

Anni di emarginazione, sospetto e, in qualche caso, anche diretta ostilità. È bene ricordare, in questo giorno, il vergognoso episodio che avvenne alla stazione di Bologna, nel febbraio del 1947, dove i dipendenti dello scalo ferroviario minacciarono lo sciopero per la presenza di un treno di profughi sbarcati il giorno prima al porto di Ancona.
Quella povera gente attendeva i pasti caldi che aveva preparato la Croce Rossa.
Ma non ci fu tempo neanche di distribuire l’acqua.
L’altoparlante annunciò che, se il “treno dei fascisti” non fosse immediatamente ripartito, l’intera stazione avrebbe dato vita all’agitazione.

Si tratta di vergogne che non possono essere dimenticate. E tutto questo lo dico, non per rancore ideologico, ma proprio per sottolineare l’alto valore etico e civile della decisione del Parlamento e la vasta convergenza bipartisan che ha portato all’istituzione di questa giornata.

Questa circostanza dimostra che l’esigenza di valori condivisi rimane forte nel mondo politico italiano, a dispetto delle asprezze che registriamo nel dibattito quotidiano. L’Italia di oggi è un Paese che appare avviato sulla via della ricomposizione morale e della riconciliazione civile.

Ma torniamo al dovere dell’analisi. Perché vi fu rimozione, oblio e occultamento?
I motivi sono complessi. Innanzi tutto va considerata la debole condizione internazionale dell’Italia.
Nei tre anni che passarono tra il ritiro dell’Armata jugoslava e la rottura tra Tito e Stalin accadde che l’esodo dei nostri connazionali dall’Istria e dalla Dalmazia e i massacri perpetrati ai loro danni fossero relegati come uno degli “effetti collaterali”, per usare il linguaggio di oggi, di una guerra perduta.
Poi quando gli anglo-americani cominciarono ad avvertire che Tito poteva essere un grimaldello per scardinare la compattezza politica, militare e ideologica del blocco sovietico, frenarono qualsiasi reattività di un’Italia, comunque, prostrata dalla sconfitta, sottoposta agli imperi del diktat e con ben modesta capacità di tutelare i suoi interessi.

La nostra fu quindi, a lungo, una politica di subordinazione agli interessi geostrategici sia della Jugoslavia sia degli anglo-americani. L’Italia la accettò, ratificandola, poi, con il trattato di Osimo del 1975, di cui non è stata chiesta la revisione.
Possibile, questa revisione, perché Tito ormai era morto e la sua federazione dissolta, nel 1991, tre anni dopo la sua morte.

Fu così consegnata alla storia la rinuncia dell’Istria e della Dalmazia, l’abbandono della zona A di Trieste. In parallelo, anche l’oblio sulla “pulizia etnica” ai danni degli italiani e i massacri che avevano subìto.
In sostanza fu l’Italia a pagare il prezzo più grande e doloroso sull’altare di una cinica realpolitik, in virtù della quale bisognava favorire Tito ai danni di Stalin e più generalmente dell’Urss.

Ma a determinare le sofferenze della nostra gente ci fu anche un calcolo cinico e tutto politico.
Gli esuli erano i testimoni della sconfitta e della mutilazione territoriale, due cose che le classi dirigenti dell’epoca volevano a tutti i costi nascondere.
E il motivo stava nel fatto che quelle stesse classi, in cerca di legittimazione storica e politica, tendevano a presentarsi al Paese con il rango dei “vincitori”.
Secondo tale rappresentazione, la guerra l’aveva persa, non l’Italia intera, ma solo il fascismo.
Vorrei sottolineare che contro quella manipolazione si levò la voce di Benedetto Croce in un memorabile discorso tenuto alla Costituente nei giorni della ratifica del Trattato di Parigi. Il filosofo liberale indicò il rischio che l’Italia perdesse la pienezza della consapevolezza storica. E difese con decisione la necessità di mostrare la verità in tutta la sua durezza e crudeltà.
Altri popoli hanno avuto la forza di vivere una nuova vita, nella libertà e nella democrazia, partendo dalla consapevolezza della tragedia e della sconfitta.
Pensiamo alla Spagna, lacerata dalla guerra civile. Pensiamo alla Germania, divisa in due per quasi cinquant’anni. Pensiamo al Giappone, unico Paese al mondo ad aver sperimentato direttamente gli effetti tremendi della bomba atomica.
Oggi sono tutti delle democrazie moderne e coese.
Perché solo l’Italia ha voluto invece ricominciare a vivere nascondendo a se stessa tutta la verità sulla propria condizione?
Risiede probabilmente in quella lontana “furbizia”, una delle cause della debolezza del nostro Paese in fatto di memoria comune.
Forse è in quel rifiuto di accogliere degnamente i trecentocinquantamila istriani, dalmati e fiumani, che non avevano più casa, il primo eloquente sintomo dell’identità lacerata, il segno che l’Italia ha perso per una lunghissima stagione la percezione del destino comune e del dolore che affratella i cittadini di una nazione.

Detto questo, è bene sottolineare il fatto che l’istituzione del “Giorno del Ricordo” è anche un atto che deve impegnare politicamente il governo e il Parlamento.
Se vogliamo essere moralmente coerenti, dobbiamo anche risolvere innanzi tutto la questione della restituzione agli esuli o ai loro eredi dei beni confiscati dal regime di Tito. Sarebbe un atto riparatorio che non risarcirebbe certo la nostra gente delle tante angherie e delle umiliazioni subite. Ma sarebbe almeno un atto di giustizia che i tanti anni passati da quei dolorosi fatti non rendono comunque inutile.

E non ci si venga ad accusare di nazionalismo o becero sciovinismo se esercitiamo questo sacrosanto diritto alla memoria.
L’Italia ha fatto fino in fondo il suo dovere. Ha riconosciuto onestamente e umilmente i torti arrecati ad altri popoli. Ma la riconciliazione e il pentimento non possono essere atti a senso unico. Anche i Paesi che hanno causato ingiuste sofferenze alla nostra gente devono fare la loro parte.

L’altro impegno deve muoversi sul piano della divulgazione storica, e giustamente il ministro Moratti ha richiamato gli operatori della scuola sulla necessità di diffondere tra i giovani la verità sulle foibe.

C’è naturalmente anche il ruolo della televisione e della grande editoria. La fiction di Negrin ha fatto molto, anche se, credo, avrebbe potuto fare qualcosina di più rendendo più espliciti alcuni passaggi storici del film.
C’è molto ancora da fare, insomma.
Sessant’anni di vuoto non si cancellano in fretta. Il “Giorno del Ricordo” non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Solo così l’Italia dei valori condivisi, l’Italia matura e civile di questi anni, si dimostrerà coerente con lo spirito di questa prima importante iniziativa dovuta alla passione nazionale del presidente Ciampi, voluta dal Parlamento e dalla stragrande maggioranza del popolo italiano.

 
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