Il Parlamento ha giustamente deciso di chiamare questa
storica ricorrenza “Giorno del Ricordo”, ma per la maggioranza
degli italiani, soprattutto giovani, la si dovrebbe chiamare, più
precisamente, “Giorno della Scoperta”.
Lo straordinario successo della fiction di Alberto Negrin, “Il
cuore nel pozzo”, che è andata in onda nei giorni scorsi
trattenendo davanti alla televisione oltre dieci milioni di telespettatori,
con punte anche di diciassette milioni, si spiega probabilmente proprio
con la voglia di conoscere quello che per molti decenni è stato
nascosto e taciuto.
Le foibe e l’esodo sono stati oggetto di una odiosa
rimozione che è risultata il frutto di una spregiudicata manipolazione
ideologica.
Non vogliamo in questa occasione fare polemiche retroattive, ma non
possiamo fare a meno di rilevare che, in questa giornata, il valore
del ricordo deve essere accompagnato da un’analisi rigorosa delle
cause che portarono al tentativo di escludere dalla memoria nazionale
la tragedia vissuta dai nostri connazionali delle terre adriatiche.
Il dovere dell’analisi ce lo impone non solo il
rispetto della memoria dei martiri, ma anche la considerazione delle
incredibili sofferenze patite dagli esuli in Italia, quella stessa Italia
che avrebbe dovuto accoglierli a braccia aperte e che invece li tenne
come segregati nei campi di raccolta.
Vale la pena ricordare che gli unici fortunati, in quell’esercito
doloroso di trecentomila persone, furono gli esuli che arrivarono a
Roma e a Fertilia, in Sardegna, dove vennero sistemati in borghi minimamente
dignitosi. La maggioranza degli istriani, dalmati e giuliani dovette
attendere mediamente una decina di anni prima di trovare una casa.
Nel 1963, cioè sedici anni dopo l’esodo,
risultavano ancora diecimila persone in “provvisoria sistemazione”.
Quella “provvisoria sistemazione” risultò essere,
in molti casi, una scuola o una caserma abbandonate. Capitava frequentemente
che in un’aula venissero stipate fino a otto famiglie. In molti
altri casi erano baracche precarie.
Dà i brividi e riempie di vergogna pensare che in quelle condizioni
abbiano vissuto per tanti anni decine e decine di migliaia di persone.
Anni di emarginazione, sospetto e, in qualche caso,
anche diretta ostilità. È bene ricordare, in questo giorno,
il vergognoso episodio che avvenne alla stazione di Bologna, nel febbraio
del 1947, dove i dipendenti dello scalo ferroviario minacciarono lo
sciopero per la presenza di un treno di profughi sbarcati il giorno
prima al porto di Ancona.
Quella povera gente attendeva i pasti caldi che aveva preparato la Croce
Rossa.
Ma non ci fu tempo neanche di distribuire l’acqua.
L’altoparlante annunciò che, se il “treno dei fascisti”
non fosse immediatamente ripartito, l’intera stazione avrebbe
dato vita all’agitazione.
Si tratta di vergogne che non possono essere dimenticate.
E tutto questo lo dico, non per rancore ideologico, ma proprio per sottolineare
l’alto valore etico e civile della decisione del Parlamento e
la vasta convergenza bipartisan che ha portato all’istituzione
di questa giornata.
Questa circostanza dimostra che l’esigenza di
valori condivisi rimane forte nel mondo politico italiano, a dispetto
delle asprezze che registriamo nel dibattito quotidiano. L’Italia
di oggi è un Paese che appare avviato sulla via della ricomposizione
morale e della riconciliazione civile.
Ma torniamo al dovere dell’analisi. Perché
vi fu rimozione, oblio e occultamento?
I motivi sono complessi. Innanzi tutto va considerata la debole condizione
internazionale dell’Italia.
Nei tre anni che passarono tra il ritiro dell’Armata jugoslava
e la rottura tra Tito e Stalin accadde che l’esodo dei nostri
connazionali dall’Istria e dalla Dalmazia e i massacri perpetrati
ai loro danni fossero relegati come uno degli “effetti collaterali”,
per usare il linguaggio di oggi, di una guerra perduta.
Poi quando gli anglo-americani cominciarono ad avvertire che Tito poteva
essere un grimaldello per scardinare la compattezza politica, militare
e ideologica del blocco sovietico, frenarono qualsiasi reattività
di un’Italia, comunque, prostrata dalla sconfitta, sottoposta
agli imperi del diktat e con ben modesta capacità di tutelare
i suoi interessi.
La nostra fu quindi, a lungo, una politica di subordinazione
agli interessi geostrategici sia della Jugoslavia sia degli anglo-americani.
L’Italia la accettò, ratificandola, poi, con il trattato
di Osimo del 1975, di cui non è stata chiesta la revisione.
Possibile, questa revisione, perché Tito ormai era morto e la
sua federazione dissolta, nel 1991, tre anni dopo la sua morte.
Fu così consegnata alla storia la rinuncia dell’Istria
e della Dalmazia, l’abbandono della zona A di Trieste. In parallelo,
anche l’oblio sulla “pulizia etnica” ai danni degli
italiani e i massacri che avevano subìto.
In sostanza fu l’Italia a pagare il prezzo più grande e
doloroso sull’altare di una cinica realpolitik, in virtù
della quale bisognava favorire Tito ai danni di Stalin e più
generalmente dell’Urss.
Ma a determinare le sofferenze della nostra gente ci
fu anche un calcolo cinico e tutto politico.
Gli esuli erano i testimoni della sconfitta e della mutilazione territoriale,
due cose che le classi dirigenti dell’epoca volevano a tutti i
costi nascondere.
E il motivo stava nel fatto che quelle stesse classi, in cerca di legittimazione
storica e politica, tendevano a presentarsi al Paese con il rango dei
“vincitori”.
Secondo tale rappresentazione, la guerra l’aveva persa, non l’Italia
intera, ma solo il fascismo.
Vorrei sottolineare che contro quella manipolazione si levò la
voce di Benedetto Croce in un memorabile discorso tenuto alla Costituente
nei giorni della ratifica del Trattato di Parigi. Il filosofo liberale
indicò il rischio che l’Italia perdesse la pienezza della
consapevolezza storica. E difese con decisione la necessità di
mostrare la verità in tutta la sua durezza e crudeltà.
Altri popoli hanno avuto la forza di vivere una nuova vita, nella libertà
e nella democrazia, partendo dalla consapevolezza della tragedia e della
sconfitta.
Pensiamo alla Spagna, lacerata dalla guerra civile. Pensiamo alla Germania,
divisa in due per quasi cinquant’anni. Pensiamo al Giappone, unico
Paese al mondo ad aver sperimentato direttamente gli effetti tremendi
della bomba atomica.
Oggi sono tutti delle democrazie moderne e coese.
Perché solo l’Italia ha voluto invece ricominciare a vivere
nascondendo a se stessa tutta la verità sulla propria condizione?
Risiede probabilmente in quella lontana “furbizia”, una
delle cause della debolezza del nostro Paese in fatto di memoria comune.
Forse è in quel rifiuto di accogliere degnamente i trecentocinquantamila
istriani, dalmati e fiumani, che non avevano più casa, il primo
eloquente sintomo dell’identità lacerata, il segno che
l’Italia ha perso per una lunghissima stagione la percezione del
destino comune e del dolore che affratella i cittadini di una nazione.
Detto questo, è bene sottolineare il fatto che
l’istituzione del “Giorno del Ricordo” è anche
un atto che deve impegnare politicamente il governo e il Parlamento.
Se vogliamo essere moralmente coerenti, dobbiamo anche risolvere innanzi
tutto la questione della restituzione agli esuli o ai loro eredi dei
beni confiscati dal regime di Tito. Sarebbe un atto riparatorio che
non risarcirebbe certo la nostra gente delle tante angherie e delle
umiliazioni subite. Ma sarebbe almeno un atto di giustizia che i tanti
anni passati da quei dolorosi fatti non rendono comunque inutile.
E non ci si venga ad accusare di nazionalismo o becero
sciovinismo se esercitiamo questo sacrosanto diritto alla memoria.
L’Italia ha fatto fino in fondo il suo dovere. Ha riconosciuto
onestamente e umilmente i torti arrecati ad altri popoli. Ma la riconciliazione
e il pentimento non possono essere atti a senso unico. Anche i Paesi
che hanno causato ingiuste sofferenze alla nostra gente devono fare
la loro parte.
L’altro impegno deve muoversi sul piano della
divulgazione storica, e giustamente il ministro Moratti ha richiamato
gli operatori della scuola sulla necessità di diffondere tra
i giovani la verità sulle foibe.
C’è
naturalmente anche il ruolo della televisione e della grande editoria.
La fiction di Negrin ha fatto molto, anche se, credo, avrebbe potuto
fare qualcosina di più rendendo più espliciti alcuni passaggi
storici del film.
C’è molto ancora da fare, insomma.
Sessant’anni di vuoto non si cancellano in fretta. Il “Giorno
del Ricordo” non è un punto di arrivo, ma un punto di partenza.
Solo così l’Italia dei valori condivisi, l’Italia
matura e civile di questi anni, si dimostrerà coerente con lo
spirito di questa prima importante iniziativa dovuta alla passione nazionale
del presidente Ciampi, voluta dal Parlamento e dalla stragrande maggioranza
del popolo italiano.