[HOME]

 

 

"La priorità è lo sviluppo, non le poltrone"

Fini ribadisce la linea di An sulla verifica e non esclude

l’assunzione di nuove responsabilità di governo
La fase due dell’esecutivo deve ripartire dalla difesa

del potere d’acquisto delle famiglie
Tratto dal Secolo d'Italia del 23.01.2004 - di Emanuele Conti

 

   ROMA. Nel governo Berlusconi ci sarà più Destra. Ci sarà più Alleanza nazionale. A lasciarlo intendere è Gianfranco Fini che, seppur con formula dubitativa e con tutte le cautele del caso, pronostica per se stesso un eventuale prossimo futuro da ministro. «Non escludo che nell’ambito dell’esecutivo ci siano ulteriori assunzioni di responsabilità», ha detto il vicepresidente del Consiglio riferendosi alla possibilità di assumere ulteriori incarichi. Un’ammissione giunta un po’ a sorpresa: in realtà Fini ieri doveva passare una giornata di tutto relax e festeggiare il compleanno di An.

 

   Adolfo Urso e lo staff di Charta Minuta lo avevano invitato nella sede del mensile - uscito con un numero speciale dal titolo «La lunga marcia di An» - per spegnere le simboliche 10 candeline. Ma al varco lo attendeva anche il direttore del Tg2 Mauro Mazza per un colloquio pubblico.

 

   Alla fatidica domanda sulla verifica di governo, il presidente di An nicchia, dispensando sorrisi e qualche silenzio. Poi, incalzato da Mazza, non si tira indietro. Negli ultimi giorni sono state dette e scritte troppe ricostruzioni fantasiose, meglio sgombrare il campo da equivoci: «La verifica non è una redistribuzione di poltrone, altrimenti si  sarebbe già conclusa», premette il vicepremier.

 

   Al contrario, l’essenza dell’operazione consiste «in una giusta richiesta di confronto con gli alleati della Casa delle Libertà per definire le cose da fare da qui alla fine della legislatura ». È una questione genetica, precisa Fini: «An è nata con la volontà di essere Destra di governo, non Destra di potere». Di conseguenza l’obiettivo principale del partito è «contribuire alla soluzione dei problemi della gente». Anche se il governo in due anni e mezzo ha lavorato «molto e bene», c’è da rimboccarsi le maniche «per rilanciare l’economia».

 

   Il vicepremier elenca le «priorità sociali»: la difesa «del risparmio» e «del ceto medio» e l’esigenza di «garantire il potere di acquisto delle famiglie». Per chi non avesse ancora capito: «Non mi interessa chi lo farà, ma come lo farà». Chiarito che la verifica non finirà in un pasticcio stile Prima Repubblica, in uno scialbo valzer di cariche con spartito da manuale Cencelli, Fini si dice «ottimista» sui tempi: effettuati gli opportuni aggiustamenti, presto si arriverà alla «formulazione del programma della seconda parte della legisaltura».

 

   Il presidente di An coglie l’occasione della chiacchierata con Mazza per mettere a tacere ogni polemica sulla lista unica alle europee: «Ne ho sentite di tutti i colori», ridacchia. In una sala troppo angusta per trattenere l’entusiasmo dei presenti - tra i quali molti dei padri fondatori del partito: Publio Fiori, Gustavo Selva, Gaetano Rebecchini, Pietro Armani, Luigi Ramponi e lo stesso Adolfo Urso —, Fini chiarisce che «non c’è la necessità della lista unica per il Centrodestra, dato che nemmeno il Centrosinistra ce l’ha».Questo non significa che, all’interno della CdL, non si debba creare «un clima di collaborazione». Fini abbozza lo slogan: «Riferimenti comuni alla coalizione, ma identità propria».

 

   È l’insegnamento di Pinuccio Tatarella, al quale Fini pensa «spessissimo». Tatarella, ricorda il vicepremier, credeva fermamente che la coalizione «fosse un valore, come il partito». Ne era convinto anche nei momenti più bui, subito dopo la caduta del primo governo Berlusconi. Già pensava di ritessere la trama che si era sfilacciata nel dicembre 1994. Aveva ragione da vendere. La sua vittoria - anche sugli scettici - è arrivata postuma il 13 maggio 2001.

 

   Fini ha mandato a memoria la lezione di Tatarella: nel suo discorso più volte ha sottolineato l’importanza del bipolarismo. Se nel 1972, di fronte all’avanzata elettorale del Msi, Giulio Andreotti si poteva permettere di ironizzare sui «voti in libera uscita», a partire dalla “vittoriosa sconfitta” di Fini alle comunali di Roma del 1993 non è più così. «In quel momento si è concretizzato il bipolarismo», rileva Fini. Fu allora che si iniziò a costruire «un’alternativa stabile alla sinistra» evitando il rischio di «ricompattare la storica contrapposizione tra il centro e la sinistra». Indietro non si torna, suggerisce Fini: «Per i prossimi dieci anni non vedo grandi cambiamenti politici, ma una certa continuità garantita dal bipolarismo ». Il terzo polo e le tentazione neocentriste si allontaneranno sempre di più: «Non si potrà coltivare il sogno di estraneità ai due schieramenti. Servirà un’assunzione netta di responsabilità in uno dei due campi».

 

   Purtroppo Tatarella non può verificare di persona quanto avanzate fossero le sue idee: «Era un uomo geniale, imprevedibile», rammenta Fini. Più o meno come Silvio Berlusconi: «Ha la capacità di spiazzare». Una dote evidenziata fin dall’inizio del matrimonio politico con Fini: «Quando nel ’93 a Casalecchio disse che se fosse stato a Roma avrebbe votato per me, mi colpì molto, perché dimostrò coraggio politico: fu l’unico grande imprenditore a schierarsi dalla parte cosiddetta sbagliata». Con la celebre dichiarazione dell’ipermercato di Casalecchio, «Berlusconi fece capire di non voler legare i buoi al carro dei vincitori, alla gioiosa macchina da guerra di Achille Occhetto».


   Allora, infatti, nessuno «avrebbe scommesso una lira su un governo senza il Pds». Grazie a Berlusconi, certo, ma grazie soprattutto ad An e ai suoi pionieri. E se Urso fa un gesto di modestia indicando Fini come «il principale protagonista, ora come allora», il vicepremier non ci tiene a rivendicare la paternità del partito.

 

   «L'intuizione non fu mia, ma di tanti amici e nacque dal confronto. Fisichella ebbe l'idea del nome, ma nessuno può dire di detenere copyright». Che importa, ormai: la creatura è cresciuta e gode di ottima salute. Fini parla anche di altri episodi che hanno caratterizzato “la lunga marcia di An”.

 

   Il recente viaggio in Israele, ad esempio: «È stato un passo lungo una strada non improvvisata, lungo un percorso segnato fin dall’atto fondativo di An a Fiuggi. Il rapporto con le minoranze e, sia detto tra dieci virgolette, con le diversità, è ciò che qualifica la cultura di governo». Una posizione, tiene a precisare Fini, comune a tutto il partito: «Non è vero che la Destra ha una classe dirigente non al passo con il suo leader. Si tratta di un luogo comune da abbattere».

 

   Lo dimostrano i fatti: «Gli indici di gradimento dei nostri ministri, sindaci e governatori, a partire da quello del Lazio, sono sempre molto alti». Perché allora la gente manifesta un’enorme simpatia per il vicepremier, alte intenzioni di voto per An e in cabina elettorale compie scelte diverse? Fini una risposta ce l’ha: «Sentono il peso della storia e optano per un voto più leggero, meno ideologizzato».

 

   Il rimedio secondo Fini è proporre «una Destra programmatica, con solidi agganci culturali. Un partito deve avere un'identità. Chi ha mangiato pane e politica per anni non crede allo spogliarello».

 

   La lunga marcia, iniziata il 22 gennaio 1994 con l’assemblea costituente dell’Ergife, continua.

 

[HOME]