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"La priorità è lo sviluppo, non le
poltrone" Fini ribadisce la linea di An sulla
verifica e non esclude l’assunzione di nuove responsabilità di
governo del potere d’acquisto delle famiglie |
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Adolfo Urso e lo staff di Charta Minuta lo avevano invitato nella sede
del mensile - uscito con un numero speciale dal titolo «La lunga marcia di
An» - per spegnere le simboliche 10 candeline. Ma al varco lo attendeva anche
il direttore del Tg2 Mauro Mazza per un colloquio pubblico.
Alla fatidica domanda sulla verifica di governo, il presidente di An
nicchia, dispensando sorrisi e qualche silenzio. Poi, incalzato da Mazza, non
si tira indietro. Negli ultimi giorni sono state dette e scritte troppe
ricostruzioni fantasiose, meglio sgombrare il campo da equivoci: «La verifica
non è una redistribuzione di poltrone, altrimenti si sarebbe già conclusa», premette il
vicepremier.
Al contrario, l’essenza dell’operazione consiste «in una giusta
richiesta di confronto con gli alleati della Casa delle Libertà per definire
le cose da fare da qui alla fine della legislatura ». È una questione
genetica, precisa Fini: «An è nata con la volontà di essere Destra di
governo, non Destra di potere». Di conseguenza l’obiettivo principale del
partito è «contribuire alla soluzione dei problemi della gente». Anche se il
governo in due anni e mezzo ha lavorato «molto e bene», c’è da rimboccarsi le
maniche «per rilanciare l’economia».
Il vicepremier elenca le «priorità sociali»: la difesa «del risparmio»
e «del ceto medio» e l’esigenza di «garantire il potere di acquisto delle
famiglie». Per chi non avesse ancora capito: «Non mi interessa chi lo farà,
ma come lo farà». Chiarito che la verifica non finirà in un pasticcio stile
Prima Repubblica, in uno scialbo valzer di cariche con spartito da manuale
Cencelli, Fini si dice «ottimista» sui tempi: effettuati gli opportuni
aggiustamenti, presto si arriverà alla «formulazione del programma della seconda
parte della legisaltura».
Il presidente di An coglie l’occasione della chiacchierata con Mazza
per mettere a tacere ogni polemica sulla lista unica alle europee: «Ne ho
sentite di tutti i colori», ridacchia. In una sala troppo angusta per
trattenere l’entusiasmo dei presenti - tra i quali molti dei padri fondatori
del partito: Publio Fiori, Gustavo Selva, Gaetano Rebecchini, Pietro Armani,
Luigi Ramponi e lo stesso Adolfo Urso —, Fini chiarisce che «non c’è la
necessità della lista unica per il Centrodestra, dato che nemmeno il
Centrosinistra ce l’ha».Questo non significa che, all’interno della CdL, non
si debba creare «un clima di collaborazione». Fini abbozza lo slogan:
«Riferimenti comuni alla coalizione, ma identità propria».
È l’insegnamento di Pinuccio Tatarella, al quale Fini pensa
«spessissimo». Tatarella, ricorda il vicepremier, credeva fermamente che la
coalizione «fosse un valore, come il partito». Ne era convinto anche nei
momenti più bui, subito dopo la caduta del primo governo Berlusconi. Già
pensava di ritessere la trama che si era sfilacciata nel dicembre 1994. Aveva
ragione da vendere. La sua vittoria - anche sugli scettici - è arrivata postuma
il 13 maggio 2001.
Fini ha mandato a memoria la lezione di Tatarella: nel suo discorso
più volte ha sottolineato l’importanza del bipolarismo. Se nel 1972, di
fronte all’avanzata elettorale del Msi, Giulio Andreotti si poteva permettere
di ironizzare sui «voti in libera uscita», a partire dalla “vittoriosa
sconfitta” di Fini alle comunali di Roma del 1993 non è più così. «In quel
momento si è concretizzato il bipolarismo», rileva Fini. Fu allora che si
iniziò a costruire «un’alternativa stabile alla sinistra» evitando il rischio
di «ricompattare la storica contrapposizione tra il centro e la sinistra».
Indietro non si torna, suggerisce Fini: «Per i prossimi dieci anni non vedo
grandi cambiamenti politici, ma una certa continuità garantita dal bipolarismo
». Il terzo polo e le tentazione neocentriste si allontaneranno sempre di
più: «Non si potrà coltivare il sogno di estraneità ai due schieramenti.
Servirà un’assunzione netta di responsabilità in uno dei due campi».
Purtroppo Tatarella non può verificare di persona quanto avanzate
fossero le sue idee: «Era un uomo geniale, imprevedibile», rammenta Fini. Più
o meno come Silvio Berlusconi: «Ha la capacità di spiazzare». Una dote
evidenziata fin dall’inizio del matrimonio politico con Fini: «Quando nel ’93
a Casalecchio disse che se fosse stato a Roma avrebbe votato per me, mi colpì
molto, perché dimostrò coraggio politico: fu l’unico grande imprenditore a
schierarsi dalla parte cosiddetta sbagliata». Con la celebre dichiarazione
dell’ipermercato di Casalecchio, «Berlusconi fece capire di non voler legare
i buoi al carro dei vincitori, alla gioiosa macchina da guerra di Achille
Occhetto».
«L'intuizione non fu mia, ma di tanti amici e nacque dal confronto.
Fisichella ebbe l'idea del nome, ma nessuno può dire di detenere copyright».
Che importa, ormai: la creatura è cresciuta e gode di ottima salute. Fini
parla anche di altri episodi che hanno caratterizzato “la lunga marcia di
An”.
Il recente viaggio in Israele, ad esempio: «È stato un passo lungo una
strada non improvvisata, lungo un percorso segnato fin dall’atto fondativo di
An a Fiuggi. Il rapporto con le minoranze e, sia detto tra dieci virgolette,
con le diversità, è ciò che qualifica la cultura di governo». Una posizione,
tiene a precisare Fini, comune a tutto il partito: «Non è vero che la Destra
ha una classe dirigente non al passo con il suo leader. Si tratta di un luogo
comune da abbattere».
Lo dimostrano i fatti: «Gli indici di gradimento dei nostri ministri,
sindaci e governatori, a partire da quello del Lazio, sono sempre molto
alti». Perché allora la gente manifesta un’enorme simpatia per il
vicepremier, alte intenzioni di voto per An e in cabina elettorale compie scelte
diverse? Fini una risposta ce l’ha: «Sentono il peso della storia e optano
per un voto più leggero, meno ideologizzato».
Il rimedio secondo Fini è proporre «una Destra programmatica, con
solidi agganci culturali. Un partito deve avere un'identità. Chi ha mangiato
pane e politica per anni non crede allo spogliarello».
La lunga marcia, iniziata il 22 gennaio 1994 con l’assemblea
costituente dell’Ergife, continua. |
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