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I dati ci dicono che ha lavorato bene
Tratto dal “Secolo d’Italia” del 08.01.2004 – di Mario Bozzi Sentieri

 

   I numeri sono i numeri. Senza volerne fare degli assoluti, essi ci aiutano a fissare meglio la realtà economica e sociale, a fotografarla nei suoi elementi essenziali. È una banalità dirlo? Non tanto a leggere le reazioni provocate dalle più recenti rilevazioni sull’andamento dei nostri conti pubblici, dell’occupazione, dell’inflazione.


   Conti alla mano i dati di fine dicembre, diffusi dal ministero dell’Economia, ci dicono che il 2003 ha chiuso con un fabbisogno di 38,2 miliardi contro una previsione di 45, segno di una razionalizzazione nell’utilizzo delle risorse e nell’incremento delle entrate.

 

   Sul fronte della disoccupazione, le ultime rilevazioni ci dicono che siamo ai minimi dal 1992, con un calo all’8,5% della percentuale dei senza lavoro. Secondo l’Istat, a novembre, i salari hanno battuto i prezzi, con un aumento delle retribuzioni del 3,1 a fronte di un aumento del carovita del 2,5%. L’Istituto di Statistica ci dice che siamo di fronte ad un generale raffreddamento dei prezzi e ad un’inflazione in calo. L’effetto euro (vero, presunto o «percepito») ha comunque perso la sua spinta propulsiva e i prezzi sembrano destinati a rientrare nell’alveo della normalità.

   Conti pubblici, disoccupazione, rapporto salari-costo della vita: tre elementi essenziali, nel più vasto quadro del Sistema-Paese, che ci danno l’immagine di un’Italia reale impegnata a razionalizzare l’indebitamento pubblico e a migliorare la propria efficienza, che, grazie all’introduzione delle norme sul collocamento, vede crescere l’occupazione, che ha raffreddato l’inflazione, sconfiggendo allarmismi fuori misura.

 

   È dunque un’Italia tutt’altro che sull’orlo del baratro, come ogni giorno ci prefigura il Centrosinistra (nell’ultima intervista a «la Repubblica» Walter Veltroni arriva a dichiarare: «… stiamo vivendo il periodo peggiore dal ’92, l’anno delle stragi, della recessione, della svalutazione e di Tangentopoli »), un Centrosinistra che, di fronte all’evidenza dei numeri, arriva perfino a considerare le rilevazioni come il frutto di una orwelliana manipolazione di massa, in grado di falsare la realtà. Così il Centrosinistra fa male non solo all’immagine del Paese, ma anche a se stesso, nella misura in cui rende palese la propria incapacità a dare corpo ed anima ad un serio confronto bipolare e quindi ad una credibile opposizione riformista.

 

   Tanto più il Centrosinistra alza il livello dello scontro, magari immaginandosi impossibili «spallate », tanto più esso dimostra di non essere in grado di fare l’opposizione e quindi di non essere neppure pronto a governare.

 

   Vista l’assenza di una vera opposizione, tocca dunque all’attuale maggioranza — non sembri un paradosso — sviluppare anche un’azione «riequilibratrice» rispetto a possibili situazioni di «criticità», individuando, nel contempo, ulteriori obiettivi su cui puntare, proprio a partire dai buoni risultati ottenuti.

 

   Gli ultimi dati ci dicono che si è realizzato un miglioramento del fabbisogno pubblico, un innalzamento dell’occupazione, una tenuta del rapporto salari-inflazione? Ciò vuole dire allora che c’è spazio per «dinamicizzare» il Sistema-Paese, partendo da alcune esigenze reali che bene si coniugano proprio con il dato dei conti pubblici, con la diminuzione della disoccupazione, con la lotta all’inflazione, vista però anche in rapporto al miglioramento del potere di acquisto da parte dei cittadini.

 

   Un primo dato è quello della ricerca e delle infrastrutture. Siamo, su entrambi i versanti, in ritardo, a causa di decenni di immobilismo. Un’accelerazione della ricerca, quindi dell’incremento delle risorse ad essa destinate, ma anche una razionalizzazione del rapporto pubblico-privato, è un elemento essenziale per sostenere lo sviluppo della nostra economia. I soldi ci sono? Spendiamoli!

 

   Secondo elemento quello della tassazione. Favorire l’occupazione e quindi l’accesso a fonti di reddito stabili non basta se poi i salari vengono erosi da un sistema fiscale a dir poco feroce. Se ne parla da anni. La maggioranza di Centrodestra ha preso, su questo versante, chiari impegni con gli elettori, individuando proprio nell’abbattimento delle aliquote un elemento essenziale per il rilancio dei consumi e per l’innalzamento del tenore di vita dei cittadini. La legge di riforma dell’Irpef è stata approvata, fissando due aliquote: del 23 e del 33 per cento. Ora si tratta di accelerare non solo per la piena applicazione della legge di riforma, ma anche per un doveroso intervento nelle possibili sperequazioni, create dall’applicazione automatica delle due aliquote.

 

   Terzo dato su cui intervenire, quello della difesa delle fasce deboli (monoreddito e pensionati) che debbono essere sostenute da specifiche politiche di riforma del Welfare, ormai inadeguato ad affrontare le nuove emergenze e le nuove povertà. Parlarne, parlarne seriamente è non solo doveroso dal punto di vista sociale, ma anche necessario nella prospettiva di quella organica politica dello sviluppo e della solidarietà, a cui è votato il Centrodestra.


   Occorre tuttavia scendere nel concreto. Gli esempi, anche recenti, non mancano. Pensiamo all’assegno per i nuovi nati, inserito in Finanziaria, o ad originali esperienze di integrazione dei redditi delle fasce deboli, quale quella varata dalla Regione Lazio. Ora si tratta di articolare questo tipo di interventi all’interno di un più generale piano d’intervento, che guardi anche ai redditi familiari ed alla loro tutela.

 

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