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Urso: “Andiamo più forte delle locomotive UE”

PARLA IL VICEMINISTRO AL COMMERCIO ESTERO GERMANIA E FRANCIA SONO

SOPRA IL 3% NEL RAPPORTO FRA DISAVANZO E PRODOTTO LORDO

Tratto da La Stampa del 02.03.2004 – di Alessandro Barbera

 

   Il 2003 dell’economia italiana si chiude con “luci ed ombre”. Il viceministro per il Commercio estero Adolfo Urso sottolinea come il dato del Pil per l’intero anno sia migliore di Paesi che “fino a qualche anno fa venivano considerate le locomotive europee” e continui la crescita del livello occupazionale. Ciò detto Urso ammette che l’Europa è “immobile”, stupita a guardare la crescita “irruente” di Paesi come la Cina, la Russia o la Turchia. E’ dunque venuto il momento in Italia di un nuovo “patto per la crescita” e di un’azione europea per spingere la Bce a tagliare i tassi di interesse, che frenano la crescita e tengono artificialmente alto il livello dell’euro.

 

   Nel 2003 il Paese è cresciuto davvero poco, appena dello 0,3%. Che è successo?

   “Abbiamo fatto comunque meglio dei Paesi che fino a qualche anno fa venivano considerate le locomotive europee, mi riferisco a Francia e Germania. Inoltre non va dimenticato che una volta tanto, in un anno difficilissimo, facciamo meglio dei nostri partner principali dell’Unione sul piano dei conti pubblici, riducendo il deficit mentre Francia e Germania superano la soglia del 3% nel rapporto deficit-pil. Inoltre abbiamo portato la disoccupazione ai livelli più bassi dal 1992, mentre negli altri Paesi europei è aumentata. Oggi in Italia è dell’8,5%, in Francia del 9,5%, in Germania del 9,2%”.

 

   I sindacati dicono che quel dato lo si deve all’emergere del lavoro nero.

   “Certamente molto lo si deve a questo, ma non credo che ai sindacati non interessi il fatto che molti lavoratori italiani o immigrati, che magari lavoravano in nero o in condizioni di sfruttamento, oggi lavorino regolarmente”.

 

   Il dato sulla crescita non è comunque confortante.

   “Cresciamo troppo poco, come l’intera Europa, e certamente bisogna fare di più. Soprattutto se pensiamo all’irruenza asiatica, alla ripresa degli Stati Uniti, dalla quale comunque trarremo giovamento. Per non parlare della crescita di Paesi come la Russia, la Turchia, o la rinascita del Giappone, che dopo 14 anni di stagnazione è ripreso a crescere grazie alla Cina. L’Europa è ferma, immobile, quasi stupita, sicuramente legata da troppi lacci e lacciuoli”.

 

   Cosa propone?

   “Sulla crescita dobbiamo concentrare il lavoro del governo di comune intesa con le imprese. In questo senso giudico positivamente la scelta di Confindustria di scegliere come prossimo presidente Luca di Montezemolo, manager dell’emblema del successo del made in Italy. Bisogna però lavorare anche con le parti sociali e i sindacati, con i quali occorre aprire un nuovo dialogo sui temi della crescita”, ma per riuscire a farlo ci sarebbe bisogno di meno conflittualità”.

 

   Il dialogo in questa fase sembra un po’ difficile. Il segretario della Uil Angeletti dice a forza di porsi il problema della sostenibilità della spesa pensionistica si sono dimenticate le ragioni della crescita. Cosa replica

   “La riforma delle pensioni è un passo vitale, che deve essere di preludio di altri interventi”.


   Quali interventi?

   “Una più decisa riduzione della pressione fiscale sui cittadini e sulle imprese, maggiori investimenti in ricerca, formazione e innovazione per innalzare il livello tecnologico delle nostre imprese. Chiediamo inoltre alla Bce, così come hanno fatto il cancelliere tedesco Schroeder e il presidente francese Chirac un taglio sui tassi di interesse, anche subito. Inoltre un intervento monetario sul mercato dei cambi come fanno Cina, Giappone e Stati Uniti.

 

   In sostanza chiede un intervento per indebolire l’euro che oggi penalizza le nostre esportazioni.

   “E’ necessario un riallineamento dell’euro alle condizioni reali dell’economia. Oggi il rapporto di cambio è assolutamente artificiale, determinato dall’intervengo di altre banche nazionali sulle loro monete atte a favorire le proprie esportazioni. Questo è un passo decisivo, per dare fiato alle imprese europee e consentire ai governi di fare politiche più riformiste e strutturali”.

 

   Molti imputano la mancata crescita di questi anni anche ai rigidi criteri imposti da Maastricht. Che ne pensa?

   “Il governo deve cambiare marcia e imporre una marcia diversa anche all’Europa, affinché nelle decisioni dell’Ecofin, come in quelle della Bce, prevalgano le necessità dello sviluppo, soprattutto ora che non ci sono pericoli reali per la stabilità. Il pericolo vero di oggi sono semmai la deflazione e la stagnazione”.

 

   E il contenimento della spesa?

   “Oggi l’Italia ha i conti ha posto, più degli altri partner europei. L’Europa intera deve puntare con più determinazione su crescita e investimenti. Quando fu sottoscritto era un Patto per la stabilità e lo sviluppo. In questi anni abbiamo avuto molta stabilità e poco sviluppo. E’ necessario accentuare la seconda parte degli obiettivi di quel patto”.

 

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